
Durante l’Accademia (1970), oltre a studiare e a realizzare alcune sculture geometriche curve nel
laboratorio diretto dal maestro Alberto Viani, mi sono dedicato ad una ricerca sulle simmetrie e sul
nastro di Möbius, scoperto in un libretto di Bruno Munari.
Ho portato avanti la ricerca svolgendola in una modularità visiva e cercando una qualche
corrispondenza con l’arte programmata. Mi interessavano gli ornati geometrici, gli arabeschi in
genere e d’Alhambra in particolare.
In un libro illustrato di questo palazzo ho trovato l’immagine di un arabesco quadrato che mi
piaceva particolarmente perché non si basava su semplici ripetizioni, ma partiva dal centro e si
sviluppava con una certa quantità di moduli derivati dall’ottagono, la figura geometrica su cui era
basata tutta la costruzione. Con stecca e compasso, partendo dal quadrato contenitore, sono riuscito
a decifrare lo svolgersi dei passaggi e a ottenere le linee di base necessarie per ricostruirlo.
Di tanto in tanto emerge una tendenza ad una dimensione più fluida, contrapposta al rigore tecnico e
si manifesta in piccoli disegni a inchiostro o minimi dipinti ad acquerello-tempera.
È indimenticabile una saltuaria partecipazione alle “azioni” di Giorgio Fabbris e qualche attività di
questo genere svolta in proprio.
In seguito (1980) la ricerca si concentra sull’uso della macchina fotografica, ma ho impiegato un
po’ prima di scoprire quale fosse il mio interesse. Mi piacevano molto le foto di Man Ray, ma
inizialmente producevo solo i soliti oggetti, paesaggi, ritratti.
È stato un significativo evento a farmi trovare il mio specifico interesse e a dimostrarmi che era
fattibile. Era estate e in amichevole compagnia trascorsi tutta una notte afosa bighellonando,
passeggiando, chiacchierando, finché una ragazza mi disse: «Andiamo a vedere l’alba?» Certo, e
arrivati in un campo su un colle decise di farsi fotografare nuda, illuminata dai primi raggi di sole.
Poi non accettò di posare su mia richiesta perché – diceva – voleva essere lei protagonista. Rimasi
deluso ma neanche tanto: mi aveva indotto a capire, avevo capito che il nudo femminile è
raggiungibile, e che questa era la strada per indagare il mio mondo femminile verso cui un filo
attraente era fissato. Ho cercato di scavarlo e comprenderlo aiutandomi con giochi di parole per non
prendermi troppo sul serio e riuscire a fare delle proiezioni. Così sono uscite delle foto e ho
scoperto pazientemente il mio femminile (meglio tardi che mai) a volte sensibile, intimo e riservato,
altre spiritoso, altre ancora spietato.
Non sono foto per tutti, le ho fatte per me, per mostrarmi e mostrarle, direi come un’analisi
autoprodotta, che però ha bisogno di essere oggettivata, pubblicata, per diventare vera, staccata e
infine per liberarmene.
Ma non è bastato il livello visivo: sentivo ancora la necessità di scavare e tirare fuori, di spiegarmi.
Così, guardando le foto come macchie di Rorschach, anche gli scritti associati continuano questa
analisi. Li sento come schizzi crudi, a volte forzati, a volte descrittivi e corretti, altre divaganti,
divergenti, ma nell’insieme contribuiscono a esplicitare, ad approfondire i miei contenuti, e posso
affermare che dopo mi sono sentito finalmente libero, così tanto da condividere finalmente un vero
legame affettivo, resistente a tutte le intemperie, che dura tuttora.
Durante e dopo la produzione fotografica ho cercato di trasportare gli stessi contenuti in una
dimensione scultorea, senza giochi di parole, più solida, e da qui ho proseguito riducendo il
figurativo, integrandolo con semplici elementi animali mitologici, assimilandolo in forme
geometriche più o meno rigorose e poi togliendolo completamente, per lasciare il posto a...
Il nastro di Möbius, che ai tempi dell’accademia mi divertivo a tagliuzzare, ora diventa elastico e, in
quanto tale lo esamino insieme al piano, al piano proiettivo, al toro e all’otre di Klein. Metto uno o
qualche buco su queste superfici e cerco di indagare con metodo i passaggi verso altre forme
topologicamente corrispondenti. All’interno di questa indagine, condotta con passaggi continui da
plastilina a schizzi e viceversa, emerge ogni tanto una forma seducente e con la creta la risolvo in
una piccola scultura curva, sensuale come tutte le curve.
Nel 1997 ho cominciato ad usare il computer. Mi attrae l’oggetto virtuale completamente situato in
un posto dove ci sono solo 0 e 1, definito da curve geometriche che non occupano spazio fisico se
non quello della memoria del pc, con cui non mi sporco le mani. Mi sembra che in questo modo
l’oggetto sia più vicino all’idea, meglio definibile, senza dovere fare i conti con i problemi tecnici
della dimensione fisica. Ma c’è un risvolto che mi ha spesso attratto: l’assenza dell’unicità,
l’eventuale possibilità di riprodurlo in un numero indefinito di copie mediante un processo di
stampa bi o tridimensionale. Mi sarebbe piaciuto ricostruire virtualmente le mie sculture
topologiche per avere un punto di partenza da cui proseguire, ma tuttora non ci sono riuscito
pienamente, trovo sempre dei punti di discontinuità che non so risolvere. Allora mi sono dedicato
allo studio di programmi che hanno trovato un'applicazione nell’ambito scolastico, sia sul piano
didattico con programmi di grafica, sia sul piano della comunicazione con programmi per la
costruzione di siti e altro.
Personalmente mi sono impegnato nell’approfondire lo studio del 2d e del 3d cercando di
recuperare i precedenti interessi verso la modularità, anche perché allora avevo un sogno che la
tecnologia a me disponibile non era in grado di realizzare: animare i moduli, gli arabeschi. Ora è
possibile e ho realizzato una serie di animazioni direzionate in questo senso, aggiungendo infine
un'avvolgente dimensione spaziale. Suppongo che per un po’ potrei andare avanti in questa
direzione.
Infine qualche accenno alla musica: non ho le giuste doti del musicista, ma a intervalli sparsi mi
diverto a suonare il flauto, a costruire bansuri in plexiglas, a comporre brevi brani digitali a
sostegno delle animazioni. |