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La “Geometria bianca” è una geometria pura, essenziale che si rintraccia ad alto livello di rarefazione mentale o concettuale, con conseguenti visioni e stati “allucinatori” paragonabili a quelli che si riscontrano in situazioni ambientali e fisiche estreme: come, ad esempio, in montagna ad alta quota, in cui le condizioni atmosferiche creano nell’individuo, che vi si trova a persistere per un tempo prolungato, stati di alterazione psico-fisica con l’insorgere di allucinazioni, stati deliranti, ecc. Allucinazioni e deliri in questo caso di tipo astratto, geometrico, visivo…
Accade ciò nel lavoro di Piergiorgio Cremasco che ci presenta Labiritmi, otto animazioni digitali a 3D, elaborate al personal computer e accompagnate da altrettanti brani musicali sempre da lui composti al computer per l’occasione, assumendosi così con coerenza operativa, anche il controllo della creazione multimediale dell’opera (vista in questo caso soprattutto come unione inscindibile d’immagine in movimento nel suo continuo farsi e divenire).
Aspetti musicali che sono nati dopo, per accompagnare la visione dei corpi geometrico-virtuali e mettere lo spettatore in una condizione di apparente stabilizzazione della percezione visiva. Questi suoi componimenti musicali di sintesi presentano anche, comunque, alcune connotazioni d’iterazione dei suoni, che si avvicinano per logica al modo con cui ha elaborato le forme visive dominanti.
Cremasco è una figura appartata della ricerca artistica, fuori dai circuiti edonistici della mercificazione, ma questo gli ha permesso un autentico e personale sviluppo. Egli ha approfondito, articolato, aggiornato il proprio fare creativo con molteplici interessi e pratiche disciplinari, legati non solo alle arti visive quali la pittura, la grafica e il disegno, uno degli elementi di riflessione e di ricerca, che assieme alla scultura, ha determinato maggiormente la visualizzazione dei precedenti studi; ma con altrettanto controllo ha praticato la fotografia, e oltre le ricerche visuali, la musica e la geometria. Ora con queste otto animazioni digitali si è dovuto cimentare in problemi di carattere cinematografico, perché è diventato contemporaneamente operatore di ripresa, tecnico delle luci, montatore, e, ovviamente, anche regista.
Come un Leonardo contemporaneo egli ha studiato lungamente, isolato in notturne e interminabili meditazioni, ma poi con aspetto morale ed etico, che è indice di una coscienza elevata del fare artistico moderno, sente l’obbligo di consegnare, di render conto del proprio operato, facendo il punto non solo a se stesso, ma anche pubblicamente, di quanto esperito in tanto privato segreto.
Ed ecco che con cadenza decennale, risalgono al 1987 e al 1997 le sue ultime esposizioni, Cremasco ci aggiorna sugli esiti delle sue recenti ricerche e risoluzioni. Ci aveva allora lasciato, elaborando con raffinata manualità, come nella grande tradizione artistica, un’articolata rassegna di innumerevoli disegni di studio e di correlate opere plastiche, nate dagli esiti topologici delle persistenti e mai placate in lui tensioni geometriche legate al nastro di Möbius, alla bottiglia di Klein, ecc.
Oggi, rinnovandosi e proponendosi con l’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici e programmi digitali dell’informatica, Cremasco ci presenta un’elaborazione astratto-geometrica, che data la sua natura bianca sopraindicata, appare algida e fredda con un’articolata quanto animata compiutezza, e che tuttavia prova a riscaldarsi nel perpetuo movimento che inesorabilmente trasforma gli elementi spaziali. Mezzi tecnici e programmi che hanno permesso di produrre un’enorme quantità di soluzioni e variabili visive, inserite in moti assoluti e relativi che si compongono simultaneamente.
Tanto che l’uomo contemporaneo e l’artista, di cui è il riflesso, oltre che creatore è diventato, in questo caso soprattutto, un campionatore che deve isolare e scegliere quale soluzione proporre tra le infinite variazioni elaborate. Quindi sono numerosissimi gli elementi a disposizione da controllare, coscientemente creare e riprodurre.
Così è stato per Cremasco in questi ultimi dieci anni, immerso totalmente nello scolpire il digitale, come aveva fatto con maestria e metodo rigoroso con i modelli operativi iterati dalla grande tradizione artistica.
Tutto è movimento nel micro e macrocosmo in cui siamo inseriti, lo spazio è strettamente legato al tempo e in questi termini avevano incominciato a rappresentarlo i cubisti e i futuristi, con i mezzi artistici e tecnici a loro disposizione nei primi decenni del secolo scorso. Inoltre, Paul Klee aveva esplorato, trapassato e teorizzato la dimensione della forma e della figurazione universale, tanto da sottotitolarla “Storia naturale infinita”; analogamente con svariate strutturazioni Cremasco interpreta la geometria, che non può più dirsi solo terrestre e fisica poiché si espande in altrettanti immensi, molteplici e relativi universi prettamente cerebrali.
Mi piace pensare che queste otto opere dai virtuosi e variabili dinamismi, come Caleidoscopico, Conicocurvo, Cuborombico, Esagonale, Labirintico, Möbiusfluido, Nastromöbico, Quadrocubico, siano la risultanza del varcare il confine dove alto, basso, qui, là non esistono più e la pratica dell’artista è il luogo di una lotta tra conscio e inconscio, tra due estremi, tra positivo e negativo, tra pieno e vuoto, tra concavo e convesso, tra bianco e nero, tra verticale e orizzontale, tra spazi, forme e dinamiche rette e curve.
Tali si prospettano le conseguenze per Cremasco, in cui i suoi asteroidi topologico-geometrico-astratti si generano dai più lontani e profondi spazi siderali della mente, arrivando a presentarsi in primo piano da estesi fondi neri o bianchi, evolvendosi da un punto, da una linea o da un piano che sono a loro volta in contrapposizione al fondo stesso e nel quale subiscono trasformazioni metamorfiche con continue accelerazioni e rallentamenti, espansioni e compressioni, scomposizioni e sovrapposizioni, sdoppiamenti e ulteriori moltiplicazioni, ecc. offrendo nuove visioni. Forme e spazi che stanno davanti a noi o ci oltrepassano, spariscono dal nostro campo percettivo per rientrarvi ovviamente modificati e in continua, perenne instabilità. Siamo storditi da tanta inevitabile mobilità e provvisorietà.
Ad esempio, in Labirintico, una linea nera orizzontale su fondo bianco si presenta come elemento spaziale e subito dopo si espande elasticamente a formare un quadrato composto da altrettante linee verticali e orizzontali; inaspettate evoluzioni bidimensionali ne alterano la costruzione e la percezione, infine, dopo aver assunto le sembianze di un intricato labirinto, ritorna collassando una linea e, come all’inizio, automaticamente svanisce.
Apparizioni queste di andata e ritorno dalle remote regioni della mente, dove la geometria bianca regna sovrana e dove eternamente continuano e continueranno a formarsi come allucinazioni temporanee o persistenti…
Tutto questo dipende dal nostro grado di resistenza ad alta quota. |